Amalia, arrivederci: “L’amore molesto” di Elena Ferrante e il racconto di una figlia (e di una città)

© Giulia Pedone, 19 settembre 2019
Disegno di Giulia Pedone, © Giulia Pedone, 19 settembre 2019

L’amore molesto (Edizioni e/o, Roma) segna l’esordio narrativo di Elena Ferrante. Il romanzo, pubblicato nel 1992, ha come protagonista Delia, una donna che indaga sulla morte misteriosa della madre Amalia, in una continua scoperta di sé stessa e della realtà in cui è cresciuta, una Napoli labirintica, oscura e inospitale.

Fin dalla prima riga del romanzo d’esordio di Elena Ferrante, L’amore molesto, il lettore entra in un vortice emotivo creato da rapporti famigliari complicati, fatti di silenzi, di misteri, dove i congiunti si amano di un amore tedioso e insistente, molesto:

«Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno […]»

Se da un lato il patto narrativo del romanzo segna l’avvio di un rapporto empatico con la protagonista e voce narrante Delia, dall’altro è un segno evidente della presenza di un non detto importante. Si ha l’impressione di diventare lettori di una vicenda complessa e non priva di segreti. L’amore molesto è quello della madre per la figlia, ma anche della figlia per la madre, o del marito per la moglie: una famiglia nell’ombra, una realtà nascosta in una città, Napoli, che con le sue difficoltà e la sua natura inospitale non rischiara di certo una realtà velata e occultata.

Il romanzo di Elena Ferrante è di fatto un’analisi introspettiva di Delia, una ricerca affannosa della verità riguardo alla morte della madre, avvenuta il giorno del suo compleanno. Nella ricerca di un motivo della scomparsa, Delia, personaggio principale, riscopre anche se stessa, con segreti e particolari rimossi della sua vita. 

La protagonista non crede alla versione che vuole la madre morta suicida per annegamento e, proprio per questo, cerca di ricostruirne scontrandosi anche con una realtà che con forza, determinazione e coraggio aveva provato a dimenticare. Allora Delia comincia anche a riflettere e capire le persone con le quali Amalia, la madre, aveva avuto a che fare negli ultimi anni della sua vita: forse, proprio tra queste, può celarsi un responsabile della sua morte.

Ecco che si delinea, in un romanzo in prima persona con l’utilizzo del punto di vista della protagonista, un sistema dei personaggi che, nel corso dell’ordito narrativo, viene indagato e studiato. Delia inizialmente vuole conoscere meglio le figure maschili presenti nella vita della madre e, di fatto, trova davanti a sé un gruppo di persone che, chi più e chi meno, è stato legato per vari motivi ad Amalia: suo fratello Filippo, lo zio di Delia, il marito e padre di Delia, un uomo violento ed estremamente geloso, infine Nicola Polledro detto Caserta, un anziano che spesso era stato visto entrare e uscire dall’abitazione della donna.

Delia instaura subito un rapporto con suo zio Filippo, che la aiuta a ricordare imposizioni e violenze domestiche che Amalia era stata costretta a subire dal marito: la causa di tutto sembra essere la figura di Caserta. Inizia, quindi, la ricerca di quest’uomo, vista come la possibile soluzione di questa investigazione compulsiva di dettagli sulla vita della madre. 

La ricerca dell’uomo, tuttavia, non sembra concludersi in qualcosa di concreto e soddisfacente, quanto piuttosto contribuisce a celare il nucleo fondante dell’intera vicenda: l’introspezione di Delia, oltre alla ricerca della verità sulla fine tragica della madre, è anche una ricerca sul proprio io, il problema dell’identità individuale che, per forza di cose, costringe anche allo sguardo sul proprio passato, sulle proprie radici. 

Delia è costretta a riflettere anche sull’analisi del morboso, o molesto, rapporto con la madre, per la quale la protagonista nutriva un sentimento di ammirazione e di paura, di gelosia e di curiosità.

Delia si sottopone ad un’analisi introspettiva e, grazie a ciò diventa possibile per lei accettare anche le sue inevitabili colpe, e costruire, una volta per tutte, il sentimento contraddittorio che la teneva legata alla madre. 

Se da un lato il loro era un rapporto d’amore, dall’altro era anche minato da un desiderio di rivalsa e di superiorità che le poneva sempre in competizione.

Il romanzo di Elena Ferrante, onirico, simbolico e appropriato per un’analisi anche psicanalitica, racconta forse l’amore più doloroso e complicato, più fragile e, per sua stessa natura, ambivalente: quello tra una figlia e sua madre. Questa simbiosi è spesso minata dall’abbandono, dalla sfiducia, da numerose tensioni che, nel corso della vita, possono far crollare un rapporto anche solido e apparentemente duraturo. Delia deve convivere anche con un senso di colpa sia per la morte della madre che per la sua stessa vita. È del padre che sente rivale, dell’amante – vero o presunto tale – della madre, delle persone che rivolgono la parola ad Amalia, dei sorrisi, dei suoi pensieri. 

È opportuno concentrarsi su due elementi strettamente connessi tra loro: la rappresentazione di un realtà urbana ben precisa, la Napoli della seconda metà del Novecento, e un difficile contesto famigliare e sociale che ne contraddistingue la morfologia, l’identità.

Il capoluogo campano è una città labirintica, oscura e inospitale: raccontata da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napolie oggetto di gran parte di letteratura italiana novecentesca è stata, nell’ultimo ventennio, indagine di Elena Ferrante ed elemento costitutivo della Ferrante Fever, dilagata anche e soprattutto per merito della tetralogia de L’amica geniale, da cui, nel 2018, è stata tratta anche una fiction televisiva. Tutto ciò ha avuto anche un risvolto positivo per il turismo: da tempo, infatti, lettori di ogni parte d’Italia – e del mondo – giungono al “Rione Luzzatti” di Gianturco, periferia est di Napoli, di fatto ambientazione, anche se mai nominata precisamente, delle vicende di Elena e Lila. 

I rioni di Napoli, nell’ampia parabola narrativa di Ferrante, diventano simbolo di una realtà difficile, fatta di emarginati pronti a tutto, immersi in una disperata vitalità che da un lato ricorda i ragazzi romani di Pasolini, ma con uno scontro maggiore con quella che è stata – e forse lo è ancora – una vera e propria piaga sociale: il patriarcato, la violenza domestica, una virilità tossica che pervade le meravigliose vie della città. 

I romanzi di Elena Ferrante, fin dall’esordio con L’amore molesto del 1992, hanno voluto raccontare questa realtà fatta di sottomissioni e di maltrattamenti. Le protagoniste dei romanzi e dei racconti della Ferrante sono donne che decidono di raccontare e di raccontarsi, di mettere a nudo la propria anima, il proprio io con i segreti e le sofferenze. Per raggiungere la profondità del , è necessaria una discesa, una ricerca e un’analitica introspezione: la stessa di Delia, ossessionata dal rapporto con la madre che, come un filo spinato, le ha tenute unite nonostante dubbi, segreti e amori molesti.

Alessandro Crea

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