Bosch: i demoni della superstizione sono i mostri dell’inconscio?

Le opere di Hieronymus Bosch, pittore fiammingo del 1400, sembrano capaci di sintetizzare l’intera esperienza umana della rappresentazione del male: egli non può essere considerato solo come un creatore di fantasie bizzarre.

Mostri, motivi sacro-demoniaci, creature deformi che uniscono oggetti animati e inanimati, uomini nudi imprigionati in forme ovoidali o coni di vetro, pesci volanti, demoni con il corpo di insetti, strumenti musicali trasformati in parti di corpi antropomorfi, acrobati neri, cani corazzati ed esseri dalle proporzioni sfalsate. Il proliferare di tutti questi soggetti in Bosch sembra derivare da leggende e superstizioni popolari. Allo stesso tempo però gli immaginari del pittore si avvicinano sorprendentemente al surrealismo moderno che certo non trae dalla superstizione religiosa i propri soggetti.

Per quanto osservando le opere di Bosch si possa pensare incorressero nella censura morale dell’epoca, in special modo da parte delle autorità cristiane, i suoi contemporanei invece lo apprezzarono e lo considerarono perfettamente ortodosso (al punto da commissionargli decorazioni di altari e cappelle private). Il suo immergersi nell’occulto e nel proibito piacque e piace tutt’oggi, forse perché la sua fantasia è in grado di rappresentare ed esorcizzare il rapporto dell’uomo con il divino, l’assurdo e il profondo della psiche, tematiche universali e atemporali. Forse proprio nel mondo moderno l’opera di questo artista può ritrovare un ampio consenso. Con l’avvento della psicanalisi, infatti, i suoi lavori sono stati rivisti e riletti in una chiave nuova fino a farli associare ad opere di artisti ben più recenti, come Dalì e Magritte. Se però le visioni dei pittori surrealisti novecenteschi nascono da ricerche scientifiche sull’inconscio e sulla parte più oscura e profonda del cervello umano, le visioni di Bosch prendono le mosse dalle credenze popolari mistiche e spiritiche.

Nelle opere di Hieronymus Bosch si trova un insieme di elementi diversi quali simbolismi critici di derivazione alchemica, di origine occultistica, di spiritismo magico ma anche di elementi familiari a costumi, leggende, tradizioni di ambiente sia ebraico che cristiano. Si riscontrano segni magici quali la mezza luna, che ha valore di eresia e scisma per la religione islamica, e il piede mozzato che si riferisce alle malattie mutilanti e alla giustizia punitiva. Ricorrente è anche l’uomo con la tuba, ossia colui che ha rotto l’ordine normale delle cose e che con la sua forza magica ne instaura un altro, allucinatorio. Si ripetono anche, come nel Trittico delle delizie (1503-1504), gli spiriti e i demoni chiusi in fiale o bottigliette di vetro di cui si parlava fin dal tempo di Salomone e che si sono poi diffusi nel mondo islamico e in quello cristiano. Infine non sono estranei a tutto questo immaginario gli influssi dei tarocchi. Sono presenti sotto mentite spoglie svariati Arcani: il Bagatto, il Carro, l’Eremita, il Matto.

Curiosa è l’ipotesi di Robert Delevoy sulla possibilità che Bosch abbia fatto uso, almeno per il repertorio satanico-demoniaco, di un allucinogeno identificato dallo studioso con una “pomata delle streghe” di cui si menziona la formula in un’opera del XVI secolo. È in ogni caso opinione diffusa che egli abbia attinto largamente a simbologie esoteriche ma grandiosa e personalissima è soprattutto la fantasia dell’artista che trasforma e deforma tutti e tutto al punto da attuare espedienti che saranno poi tipici di quelle correnti artistiche novecentesche che mirano a straniare e destabilizzare lo spettatore: corpi che nascono da altri corpi, assembramenti fantasiosi di oggetti incongrui e animazione di oggetti inanimati.

Gli acrobati sono ad esempio uno dei soggetti più cari a Bosch. Nella credenza popolare del tempo essi avevano un valore lunare: quello dell’uomo che riesce ad alterare le leggi di natura compiendo azioni impossibili ad altri uomini. Quelli raffigurati ne Il giardino delle delizie si muovono in un “antimondo” di torri vitree rosee e blu che poggiano sull’acqua di quattro grandi fiumi. La spinta all’acrobatico nelle sue opere pervade anche gli animali e lo studioso lituano Jurgis Baltrušaitis fa notare che l’acrobata del pensiero esoterico se diviene troppo sottile si trasforma in un “buffone di Satana”. Tutto ciò sembra richiamare alla necessità di un raffronto con gli “elefanti spaziali” di Dalì, che con le loro gambe lunghe e sottili scivolano sull’acqua e si innalzano al di sopra dell’umana realtà razionale. Gli elefanti di Dalì nascono come espressione dell’onirico, del sogno, e vogliono trasmettere l’inquietudine dell’uomo in quanto essere irrazionale. I protagonisti di Bosch scaturiscono invece dalla superstizione e dalla credenza popolare. L’effetto però è lo stesso e testimonia in parte quel ruolo di scavo interiore e spirituale che la religione aveva prima dell’avvento della psicanalisi.

Anna Nicolini

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