Soli tra le stelle

All’alba del 19 giugno 1889, nell’ospedale psichiatrico Saint-Paul-de-Mausole (Provenza), il pittore olandese Vincent Van Gogh riversa sulla tela una pagina del proprio diario più intimo, lasciando che i colori del quadro su cui sta lavorando possano diventare uno tra i suoi più celebri capolavori: “De sterrenacht”, nota nella sua traduzione italiana come “Notte stellata”.

Mentre il secolo XIX si appresta a tramontare, l’artista lascia un messaggio epistolare al fratello Theo: “Spesso penso che la notte sia più viva e più riccamente colorata del giorno”. Parole che dichiarano una già anticipata propensione di Van Gogh e del quadro in analisi ad un abbandono struggente tra le braccia delle tenebre; ed è proprio la geografia della città Saint-Remy, sede della sua clinica, a fare da sfondo per l’opera. Tuttavia ad aggiungersi come elemento ridondante di passato e traccia autobiografica è il campanile della Chiesa che simboleggia l’Olanda, chiaro simbolo di una forte nostalgia.

Guardare alle stelle mi fa sempre sognare” dichiara Van Gogh e non a caso, sarà proprio questo il raffigurato a sposare meglio la sua personale concezione.

Gli astri dipinti secondo tonalità calde e illuminanti un paesaggio altrimenti completamente buio, rappresentano quello che potrebbe essere definito il barlume di speranza rimasto nell’animo del tormentato artista. Ad unirsi anche il caos del firmamento, probabile rappresentazione di un movimento che richiama alla vita. D’altro canto, la città appare quasi ibernata in quanto sede dell’ospedale in cui il pittore si trova internato e bloccato nella propria infermità mentale, incapace di guardare oltre o di sperimentare ancora se non grazie alla sua arte. A concludere l’ambientazione paesaggistica fa capolino in primo piano un cipresso, destinato a confondersi con la notte e trarre da essa anche la principale forza per trovare se stesso.

L’atmosfera contemporaneamente cupa e solidale che “De sterrenacht” riesce a trasferire al suo spettatore, altro non è che un urlo di drammatica sofferenza. L’artista olandese si trovava relegato tra quattro mura, attendendo e auspicando una mai arrivata guarigione, con la sola compagnia dell’arte e delle sue amate stelle, da egli stesso definite come sua religione. Guardare al cielo nel suo infinito e ricercare quell’appiglio mancante nell’edificio, ritrovare al di fuori della finestra una vicinanza non umana ma tanto più grande trascendentale, che potesse “ascoltare” i suoi problemi e trasformarli in qualcosa di nuovo, sperimentale, unico. È proprio la vista offerta dalla finestra, unica “fuga” dalla casa di cura a rappresentare il vero amico del ritrattista, colui che lo aspetta, veglia sulla sua persona, lascia che le proprie bellezze illuminino la sua strada smarrita. Essa intrattiene il suo tempo, altrimenti monotono.

All’interno della clinica Van Gogh sperimenta un profondo senso di sconforto, abbandonato dalla propria persona ma anche dal resto del mondo, lasciando che sia proprio il panorama tanto bello quanto desolato a prestargli quel rapporto affettivo ormai dissipato.

Manuela Spinelli

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