L’affliggente disagio dell’abbandono: la società americana degli anni ’40

Siamo nel 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale e l’America sta diventando una potenza dominante. Edward Hopper rappresenta la bellezza e il disagio di questa società attraverso la solitudine dei suoi protagonisti, mostrando l’altra faccia della medaglia: un’America ferita e triste.

Ciò si può vedere in particolar modo in “Automat” (Tavola Calda), dipinto del 1927 che rappresenta una donna, seduta sola in una tavola calda, che osserva una tazzina di caffè. L’atmosfera è molto tetra: attorno a lei ci sono oggetti – come una sedia, un tavolo, un termosifone – che trasmettono un senso di immobilità della vicenda. Se si volge l’occhio sulla protagonista del dipinto si può notare l’effetto statico del suo tenere la tazzina in mano quasi stesse riflettendo sul contenuto di essa.

I colori intensificano questo senso di desolazione dell’atmosfera e della protagonista: il cappello giallo e il cappotto verde, la luce del locale e quella riflessa sulla vetrata.

Intensità e chiaroscuro sono messi in evidenza nel riflesso della vetrata, che ha toni scuri in contrasto con il riflesso delle lampade che illuminano la stanza. Notiamo un particolare, guardando la vetrata del locale che le lampade vengono riflesse, ma la signora no. È una visione inquietante. La domanda che viene posta è: la donna è un sogno o un’illusione? In questo dipinto il centro dell’attenzione per lo spettatore diventa la solitudine stessa. La donna viene vista come se fosse un sogno e viene rappresentata in quest’ottica, non nel suo complesso. L’intento di Hopper non era rappresentare la donna in quanto tale, ma rappresentare il personaggio che incarnasse l’America di allora e quella attuale, un’America che ha come base l’incomunicabilità, l’assenza di dialogo, l’intolleranza e l’individualismo. Vengono rappresentate le due facce dell’America: la visione integralista che si scontra con quella razzista.

Hopper è stato un’artista contemporaneo della solitudine e ha voluto rappresentare un’America stanca e irrequieta.

Leila Ghoreifi

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