Tiresia, l’indovino cieco

Fotografia di Luca Torriani
Fotografia di Luca Torriani

La figura di Tiresia, personaggio già di tradizione classica, è giunta sino a noi come emblematica dell’indovino, percorrendo un filo rosso che si snoda da Omero fino ad Andrea Camilleri.

Odisseo, durante il lungo ritorno verso la sua Itaca, ad un certo punto deve fare tappa nell’Ade. Durante questa sua sosta scoprirà della morte della madre e, ancora più importante, avrà un colloquio con Tiresia, il famoso indovino, riguardo il suo ritorno e le sue tappe future.

La figura di Tiresia ha poi un ruolo centrale all’interno del cosiddetto ciclo tebano, nel quale troverà anche la morte.

Il dono della preveggenza è per lui una ricompensa, donatagli da Giove in persona. La versione più nota del mito di Tiresia è narrata nelle Metamorfosi ovidiane [1]. L’indovino, prima di diventare tale, riesce, toccando con un bastone due serpenti che stavano amoreggiando, a tramutarsi in donna e a vivere, per ben sette anni, in un corpo femminile. Alla fine di questi sette anni, bastonando una seconda volta una coppia di serpenti simile a quella che aveva trovato anni prima, torna nuovamente alla sua forma originaria, riprendendo un corpo maschile.

Tra Giove e la divina moglie Giunone scoppia una disputa: il primo sostiene che le donne provano un piacere maggiore di quello provato dagli uomini, mentre la seconda sostiene l’esatto contrario. Vista la sua esperienza nelle vesti di ambo i sessi Tiresia viene scelto come giudice [2] e, avendo dato ragione al padre degli dèi, viene punito da Era con la cecità. Giove, non potendo annullare la decisione della consorte, decide di ricompensare Tiresia, dandogli la facoltà di prevedere il futuro.

Tiresia, dunque, sposa in sé, come è tipico di tutti gli indovini della classicità, l’incapacità di vedere le cose vicine, ma la grande acutezza nel vedere quelle lontane nel tempo e nello spazio. Questa sua condizione, assieme anche alla sessualità doppia che lo contraddistingue, lo fa assurgere ad una posizione emblematica.

Grazie alla figura di Tiresia, insieme ad altre quali la Sibilla cumana, nella società moderna e contemporanea si mantiene l’idea che i ciechi abbiano una connessione più profonda con l’infinito, con l’aldilà, con il non-visibile, appunto.

Uno degli ultimi esempi di questo topos letterario è lo spettacolo Conversazione su Tiresia, scritto e interpretato da Andrea Camilleri. Lo scrittore di Porto Empedocle recentemente scomparso, infatti, diventa cieco all’età di 91 anni e sceglie proprio la figura di Tiresia come sua controparte.

Lungo tutto lo spettacolo, tenutosi nel magnifico tempio greco di Siracusa, l’indovino cieco incontra personaggi che vanno da Orazio ad Apollinaire, da Ovidio a Woody Allen e da Dante a Pier Paolo Pasolini. Tiresia parla con tutti coloro che hanno raccontato la storia della sua figura emblematica, capace come nessun’altra di vedere un mondo diverso da quello degli altri.

E Camilleri, che con Tiresia condivide la condizione di cecità, mette in scena questo personaggio che forse, con l’accento siciliano del padre di Montalbano, non è mai stato così vivo e vicino al mondo reale.

Nel mondo poco glorioso delle cartomanti, Camilleri riesce a mostrare come la condizione dell’indovino cieco vada ben oltre la predizione del futuro, arrivando ad un piano che ha poco a che fare con il quotidiano, ma che è invece proiettato con lo sguardo verso l’orizzonte.

Giordano Coccia


[1] Ovidio, Metamorfosi, III.
[2] Ivi, vv. 316-323.

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