Koyaanisqatsi, l’ebbrezza degli anni ’80 e la crisi del progresso

Primo film della trilogia qatsi, che comprende anche Powaqqatsi (1988) e Naqoyqatsi (2002), Koyaanisqatsi (1982) è l’opera di esordio del regista Godfrey Reggio.

Gli anni ’80 sono stati ribattezzati come il periodo della crisi del concetto di comunità e di ideologia, dell’individualismo sfrenato e dell’edonismo reageniano. Sono gli anni dell’ebbrezza intesa come stato di esaltazione e spensieratezza, ma anche della nascita del pensiero postmoderno con La conditione postmoderne. Rapport sur le savoir di Jean-François Lyotard (pubblicato nel 1979). Nello stesso arco di tempo infatti il “postmodernismo metteva in dubbio la fede messianica del modernismo, la fede in cui l’innovazione tecnologica potesse assicurare l’ordine sociale” [1]; insomma nell’era del consumismo più sfrenato si andava definitivamente delineando la crisi del progresso, ovvero la crisi del concetto di storia come un processo di emancipazione progressiva nella quale l’uomo realizza e arricchisce le proprie facoltà [2].

In questo clima Godfrey Reggio diede alla luce la sua opera più celebre: Koyaanisqatsi. Datato 1982, questo film-documentario, costituito da una serie di inquadrature senza dialogo o struttura narrativa e accompagnate soltanto dalla musica di Philip Glass, rappresenta tutto quello che è stato scritto finora.

Reggio fa iniziare la pellicola con una breve serie di raffigurazioni dell’immensità e dell’impetuosità della natura attraverso immagini di cascate, nuvole e canyon; per poi passare gradualmente alla rappresentazione dell’uomo e dei suoi prodotti: dalle fabbriche fino alle grandi città, simboli della palingenesi che l’essere umano ha portato sulla terra.

In molti vedono in questa struttura una volontà di esprimere un concetto ambientalistico, ma il dualismo tra natura e artificiale è sproporzionato a favore di quest’ultimo e, soprattutto, non può esserci una critica in tal senso poiché la rappresentazione del paesaggio antropico risulta nobilitata dalla sua stessa estetica, come chiarisce Roger Ebert in questo passaggio: “All of the images in this movie are beautiful, even the images of man despoiling the environment. The first shot of smokestacks is no doubt supposed to make us recoil in horror, but actually I thought they looked rather noble” [3].

La lunga sezione della pellicola riguardante i paesaggi urbani è un climax disordinato, caotico e allo stesso tempo onirico e frenetico: una serie di “disconcertingly narrativeless and violent juxtapositions of discontinuos images” [4]. Esso non è una critica allo sfruttamento della natura da parte dell’uomo, bensì un’illustrazione cinematografica della perdita di senso e di ideologie nel contemporaneo, “a postmodern parody of traditional film documentaries to show us just how senseless and disharmonious the modern world has become” [5].
Dopo l’excursus sulla città dal punto di vista monumentale, Reggio dedica una sezione del film alla rappresentazione dell’individuo: una serie di ritratti vacui, completamente inconsapevoli del disordine attorno a loro. Essi si muovono perpetuamente immersi nelle architetture monolitiche che li circondano.

Koyaanisqatsi è un termine in lingua Hopi che significa vita folle, tumultuosa, in disgregazione [6], aggettivi che si potrebbero attribuire all’ebbra società dell’era Reagan.
L’immagine di repertorio finale del primo razzo “Atlas-Centaur” del 1962 che esplode prima di bucare l’atmosfera d’altronde non simboleggia nient’altro che il mito del progresso il quale, puntando vertiginosamente sempre più in alto, finisce con il collassare su sé stesso.

Edoardo Rugo

[1] The Politics of Postmodernism, Linda Hutcheon, 2002-07-05, Routledge
[2] http://www.filosofico.net/lyotard.htm
[3] https://www.rogerebert.com/reviews/koyaanisqatsi-1983
[4] The Postmodern Presence: Readings on Postmodernism in American Culture and Society, Arthur Asa Berger, Rowman Altamira, 1998
[5] Ibidem
[6] https://www.koyaanisqatsi.org/films/k_defs.php


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