Contrabbando e proibizionismo a West Egg

Sulle coste della Long Island dei ruggenti anni Venti si staglia imperiosa la casa di Jay Gatsby, un personaggio tanto solitario quanto misterioso, protagonista del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald pubblicato nel 1925: Il grande Gatsby.

Nick Carraway, voce narrante del romanzo, sin dalle prime pagine descrive con attenzione quasi ossessiva quello che succede al di là del suo prato, nella misteriosa magione del suo altrettanto misterioso vicino. In un continuo susseguirsi di ospiti sempre diversi, la casa di Jay Gatsby è infatti teatro delle feste più rinomate di tutta West Egg.

L’evanescente protagonista del romanzo, perfetto ritratto del self-made man della tradizione americana, è un personaggio molto caro a Fitzgerald: un uomo con la fama da dandy che si rifugia nell’alcol e nell’ebbrezza per sopravvivere ai diversi momenti di insuccesso personale o lavorativo che hanno costellato la sua vita.

Gli invitati ai celebri party di Gatsby, la maggior parte imbucati, entrano nella favolosa magione del magnate di West Egg per trovare quei fiumi di alcolici tanto proibiti all’esterno. Il castello incantato di Jay Gatsby si trasforma per questo in un luogo in cui l’ebbrezza diventa lecita, se non addirittura obbligatoria.

A circondare il protagonista, che per di più beve pochissimi alcolici, sono persone a lui sconosciute e voci più o meno esagerate sulla fonte della sua smisurata ricchezza: un’eredità, sostiene lui. Tutti gli invitati, pena il non riuscire neanche lontanamente a sopportare la festa, si crogiolano nei fumi dell’alcol sino a perdere coscienza di sé.

E questo essere necessario dell’alcol all’interno della formula della sopravvivenza, mostra una società americana malata nelle sue radici, che offre l’evasione solo in fondo ad un bicchiere di whisky. Ad opporsi a questa tendenza dionisiaca è proprio il protagonista, che nel suo essere quasi astemio trova un’autenticità sconosciuta agli altri personaggi.

Nick Carraway, unico testimone del sogno d’amore sincero e quasi puerile del suo vicino, riconosce la sua grandezza e la sua grande distanza da un mondo dopato a tal punto da non poter fare a meno dell’ebbrezza. A rendere ancora più complesso e intrecciato il rapporto fra la vicenda e gli alcolici è la professione di Jay: il contrabbandiere.

Quando le note del jazz scemano e le gonne danzanti si fermano, però, la disillusione regna sovrana fra i personaggi, scaraventati nuovamente in una realtà da cui non riescono a fuggire. Costretti ad una vita inautentica, tornano alle loro vite rimpiangendo i pochi momenti di svago offerti dal magnate di West Egg. Elusione malsana di una società altrettanto malsana: Il grande Gatsby riesce a criticare la società cui appartiene, lanciando però un allarmante monito a tutte quelle future, e dichiarando che l’autenticità offerta dall’ebbrezza non vale la grandezza dei sogni infantili portati in scena dal suo protagonista.

Nel romanzo di Fitzgerald, il cui intreccio è scandito dalla presenza di alcolici sulla scena, si indaga anche il gusto per il proibito, connaturato all’uomo sin dai suoi primordi. In questo piacere provato nel superamento dei limiti, imposti alternativamente dalla legge o dalla morale, i personaggi del romanzo esprimono il loro autentico modo di essere, svincolati finalmente dalle regole che li opprimono.

Ed è forse in questo punto che la critica ad una società ormai lontana si incrocia con il presente: in proibizionismi più o meno assurdi e in continui tentativi di eluderli, oggi come allora.

Giordano Coccia

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