Pasolini: Una storia da non raccontare

Romanzo. Una parola che si vede scritta sulle copertine dei libri dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi. Un’opera di finzione, un oggetto innocuo.

Eppure molti romanzi abbiamo letto sono stati censurati. Basti pensare a Madame Bovary di Flaubert che veniva accusato di istigare all’adulterio o a Anna Karenina, che induceva al suicidio.

Quando, però, il clima puritano venne meno, si cominciò a censurare per motivazioni politiche. In questo contesto, le accuse sono rivolte innanzitutto contro l’autore. Pasolini, per esempio, figura scomoda per il periodo del dopoguerra e, in seguito, per quello degli anni della contestazione giovanile e degli anni di piombo.

Tutto partì da un esordio clamoroso: Ragazzi di Vita. Romanzo di formazione che vola dall’immediato dopoguerra fino al boom economico degli anni Sessanta, descrivendo le condizioni più umili, nei sobborghi più luridi di Roma, di ragazzini che perdono la loro innocenza per darsi al dio denaro.

I ragazzi cominciano le loro vite rischiandole per salvare una piccola rondinella che sta per affogare e le continuano stringendo mani, rubando, prostituendosi, finendo in galera e riscattandosi: si arrendono alla legge di quegli anni e lasciano che, anche i bambini che hanno visto crescere, gli muoiano sotto gli occhi.

Un accurato spaccato di vite che viene presto accusato di oscenità, questo è Ragazzi di Vita. Perché Pasolini è omosessuale, perché è nato borghese e ha abbracciato l’ideologia degli operai.

In Ragazzi di Vita vengono censurate parole, perché sono troppo volgari, perché sono troppo simili alla realtà per essere accettate. Vengono censurate parti, perché la prostituzione omosessuale non si deve conoscere, ma deve essere lasciata in disparte, continuando ad alimentare le tasche di chi si è lasciato convertire alla borghesia.

La censura più grande, però, avviene all’idroscalo di Ostia: l’autore viene assassinato e la sua storia insabbiata.

Pasolini resta un personaggio nella storia, sebbene sia solo uno dei tanti scrittori i cui libri sono stati censurati.

Orhan Pamuk è uno di loro. Turco, dei nostri anni, armeno in una regione dove gli armeni furono condotti al genocidio, scrive della quotidianità e della storia del suo amato Paese, con linee semplici e taglienti. Dalla metà degli anni Novanta, Pamuk non potrà più essere pubblicato in Turchia per reato d’opinione. Gli viene censurato il pensiero e, con esso, anche i memoriali e romanzi che spaziano per il mondo vendendo centinaia di migliaia di copie, come Il Libro Nero, Neve, Il Mio Nome è Rosso (che consiglio personalmente), Istanbul…

Pamuk, come tutti gli altri scrittori censurati, non si batte contro il governo, ma solo per la libertà di poter scrivere dell’unico mondo che conosce.

Antonia Ferri

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