Impressioni alpine: Benedetti Michelangeli e il coro della SAT

Antiche leggende montane; incontri amorosi sul far della sera; la dura vita nelle vallate alpine; il ricordo della guerra: queste semplici ma evocative immagini colpirono la fantasia del pianista Arturo Benedetti Michelangeli nell’armonizzare i canti della tradizione popolare per il coro della SAT.

Fotografia di Filippo Candotti
Fotografia di Filippo Candotti

Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920 – Lugano 1995) è stato fra i più acclamati pianisti del ‘900. Interprete raffinatissimo, dal tocco allo stesso tempo dolce e ieratico, si è affermato come uno degli interpreti più carismatici grazie alle sue esecuzioni di Chopin, Ravel, Debussy, realizzando incisioni discografiche di riferimento di gran parte del repertorio ottocentesco e primonovecentesco.

Una carriera vissuta sempre sotto i riflettori ma che presenta lati più ombrosi e meno conosciuti, dove il maestro bresciano dà prova di uno sguardo ampio sul fenomeno musicale. Caso emblematico è il pluridecennale rapporto con il Coro della SAT (Società Alpinisti Trentini), il più affermato coro di voci virili nel panorama italiano e non solo. Nei suoi quasi cento anni di attività ha accumulato un repertorio sterminato di adattamenti di canti popolari dell’Italia settentrionale declinando l’espressione artistica con rigore musicologico.

L’inusuale incontro fra uno dei “sacerdoti” del pianismo classico e il più importante fra i cori di montagna avviene nel 1949. Benedetti Michelangeli è chiamato a insegnare al conservatorio di Bolzano, città dove vive Enrico Pedrotti, uno dei fondatori del Coro della SAT. L’intesa fra i due e l’amore di Michelangeli per l’ambiente montano sfocia nel 1954 con l’armonizzazione dei primi canti per il coro. La collaborazione sarà feconda: il pianista bresciano scriverà per la SAT ben diciannove canti che rappresentano la sua unica prova come compositore.

L’approccio di Michelangeli all’elemento popolare è innovativo rispetto alle armonizzazioni tradizionali dell’epoca. L’immaginazione di Michelangeli si muove alla ricerca di soluzioni inusuali e raffinate senza però venir meno ai canoni consolidati di un genere come quello del canto alpino. Michelangeli piega i duttili clichè della musica popolare in un raffinato diasistema dove semplicità e cantabilità convivono con raffinati effetti che sfruttano tutte le risorse espressive del coro. Questa ricerca è evidente in canti come Io vorrei, I lamenti di una fanciulla, La bella al mulino dove una condotta armonica apparentemente scolastica nasconde raffinate sorprese debitrici dell’impressionismo musicale di Debussy.

Michelangeli non si limita ad amplificare il canto attraverso le risorse armoniche ma spesso ricerca dei veri e propri effetti strumentali come in Lucia Maria, Il Maritino, Che fai Bella Pastora, dove la melodia è arricchita da figure d’accompagnamento iterative. Il gusto per l’effetto raggiunge il vero e proprio descrittivismo in Entorno al foch, dove la rapida sillabazione delle voci simula il ribollire della pentola sul camino acceso.

Il pianista non si accontenta di impreziosire materiali di innocente semplicità ma va a caccia di melodie e soluzioni armoniche lontane dallo standard della tradizione. La pastora e il lupo si apre su una melodia sola del tenore costruita su una scala pentatonica. Prosegue con l’entrata del coro nel modo minore, caso raro nel reportorio popolare italiano. Serafin è invece un canto dal raro metro in 5/4, una scansione irregolare rispetto alle più usuali suddivisioni binarie o ternarie.

‘Ndormenzete Popin è il congedo dall’attività di armonizzatore. In questo canto Michelangeli condenso tutta la passione poetica che ha animato la sua relazione con il coro della SAT. Una semplice melodia trentina, una ninna-nanna, è innestata su un complesso ma soffice tessuto armonico fatto di glissandi, cromatismi armonici e effetti vocali.

Le armonizzazioni del maestro bresciano realizzano un grande affresco della vita e della civiltà alpina. Un mondo che, sfuggendo a ogni classificazione, viene colto attraverso il canto nel vivo della quotidianità. La musica non si limita a descrivere, diviene un mezzo catartico attraverso cui la comunità celebra i propri valori ed esorcizza l’imprevedibilità delle forze naturali a cui è sottoposta.

Mattia Sonzogni

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