Mingus per Tre: Self Portrait in Three Colors

“In altre parole io sono tre”, così si confessa il contrabbassista americano Charles Mingus in apertura alla sua autobiografia Peggio di un Bastardo. Un libro spesso inattendibile, povero di musica, ricco di vitalità che ci restituisce tutto il tormento interiore di una delle più grandi voci della storia del Jazz.

Mingus, classe 1922, è una figura atipica all’interno del panorama Jazz di quegli anni. Compie il suo apprendistato musicale sulla West Coast iniziando come bassista nei gruppi del nascente Rhythm and Bluese si appassiona ai Valzer viennesi per poi diventare allievo di Duke Ellington. Suona con i grandi del suo tempo: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Max Roach, Louis Armstrong, Bud Powell e Billie Holliday, solo per citarne alcuni. Ma la sua personalità Mingus la scopre tardi, in età matura, a metà degli anni ’50 quando esce dall’ombra con il disco Pithecantropus Erectus. È un nuovo modo di pensare il Jazz: ribalta i rapporti fra improvvisazione e composizione passando dalla scrittura su pentagramma a una progettazione orale della struttura musicale. Consacrazione di quel periodo creativo è un album del ’59, Mingus Ah Um (il titolo fa evidentemente il verso alla declinazione aggettivale tipica della lingua latina).

Nel cuore di Mingus Ah Um troviamo uno dei pezzi più singolari all’interno del canzoniere mingusiano, Self Portrait in Three Color, una malinconica ballad che tratteggia la molteplice personalità del contrabbassista statunitense, così come lui si descrive nell’incipit di Peggio di un Bastardo, uno e trino allo stesso tempo, quasi come un dio.

Il brano si articola in una melodia di poche battute, scarna ed essenziale, ripetuta tre volte. Alla seconda ripetizione la melodia principale, suonata dai sassofoni, si arricchisce di un’altra melodia, un nuovo colore, esposto dal trombone. Alla terza ripetizione il sassofono tenore completa il quadro con l’ultima linea melodica. La cadenza finale del sassofono è l’unico momento improvvisato all’interno della composizione, per il resto tutta scritta. Siamo quasi al paradosso: fare Jazz, musica improvvisata per antonomasia, scrivendo ogni singola parte.

Mingus delinea man mano tre figurazioni melodiche che non sono né alternative né complementari fra di loro, ma ombre che si aggiungono, luci, toni di colore che vanno a comporre la tridimensionalità di questo momento lirico. Come un pittore rinascimentale dipinge un contrappunto fine e complesso, che non è solo arricchimento di una melodia o dialogo fra le parti ma una vera e propria prospettiva sul suo animo tormentato di musicista e di afroamericano in lotta. Perché in Mingus la musica non è fine a se stessa, non si riduce nel puro momento estetico ma si tinge di questioni sociali e razziali. Per lui e la sua generazione il Jazz rappresentò un modo per gridare la propria rabbia in una società dove il colore della pelle era un criterio di distinzione sociale, un modo per trovare il proprio spazio nel mondo, soprattutto per chi, come lui, non era né bianco né nero ma peggio di un bastardo.

«Sono Charles Mingus. Mezzo nero, mezzo giallo… ma non proprio giallo e nemmeno bianco quanto basta a essere identificato come tale. […] Charles Mingus è un musicista meticcio che produce musica bella, terribile, amabile, maschia, femminile, musica. E ogni tipo di suono. […] Uno che gli piace un sacco giocare con i suoni».

Mattia Sonzogni

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